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n. 3 - aprile 18, Video

Atlante videografico dal festival Istant Vidèo

Posters of the 30 editions of the Festival Istantes Vidèo , from 1988 to 2018

ABSTRACT

La produzione videografica non ha mai conosciuto una distribuzione sistematica e capillare paragonabile a quella cinematografica e televisiva, rare le società di distribuzione (Elecronic Arts Intermix, Video Data Bank, etc,) disposte a far circolare in tutto il mondo le opere in video prodotte dagli artisti. Per le arti elettroniche i festival e le rassegne sono state di fatto, a partire dagli anni settanta, e non solo in Italia, le uniche occasioni di diffusione, conoscenza e dibattito. Il Festival come spazio e tempo della visione, contemplazione ed esperienza individuale e collettiva. L'Atlante presenta una selezione di video curata da Marc Mercier, direttore dello storico festival Les Instans Vidéo, e provenienti dall'ultima edizione del festival, dal titolo Nos désirs font désordre.

Wind, Vento

(5’19 – 2016)
Di Jeroen ter Welle (Paesi Bassi)
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Un paesaggio contemporaneo olandese con cinque mulini a vento.
Oltre all’energia i mulini producono rumore. E alla fine di questo video ci troviamo in un “casino infernale”, nel quale un contemporaneo Don Chisciotte probabilmente abbandonerà la sua lotta contro i mulini a vento dopo non più di cinque minuti…
Per quanto riguarda il suono ho manipolato l’originale con l’aiuto di AudioMulk.

 

Deliberate flower (Fiore deliberato)

(3’19 – 2017)
di Henry Gwiazda (USA)
on Vimeo

Verso l’esterno, verso l’alto.

 

Ram City

(6’20 – 2014)
di claRa apaRicio yoldi (Espagne / GB)
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Musica di DubRoot & Ciara Clifford.

Video basato sul testo di José Luis Brea: RAM_city, parte del libro cultura_RAM.
Mutazioni di cultura nell’era elettronica. È la transizione da una città con “memoria di sola lettura” a una città con “memoria di accesso casuale”: RAM city. Da una memoria “basata sui file” a una “memoria di rete”. Da una “memoria di archiviazione” a una “memoria di fabbrica”. In questa nuova città non ci sono monumenti o eroi da commemorare. La storia di questa città non è fatta di momenti individuali dispoticamente imposti, che garantiscono la loro presenza nel presente. Qui niente si cristallizza come memoria fissa. È un continuo scambio, un permanente risveglio. La cultura non è contrassegnata da tradizioni e regole ereditate, né dalla necessità di seguire lo stesso canone. A RAM_city ogni cosa è divergenza, non c’è niente che possa essere concluso come reale. La formazione dell’immagine è una continua e aperta negoziazione, non tra gli individui e lo stato, ma tra le unità di lavoro, performance e scambio.  Per dirlo con le parole di Brea: “Non c’è nessun’altra “socialità” oltre a questa: opportunità e fuga, deviazione e flusso, incontro e rapida dispersione – un continuo Big Bang”.

 

Scarecrow (Spaventapasseri)

(7’48 – 2015)
di Ameneh Zamani (Iran)
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Lo spaventapasseri è il mio specchio, pieno di caratteristiche e ruoli che riempiono ogni momento della mia vita di donna. “Lo Spaventapasseri ed io” è costruito da altri, ma sempre con un ruolo serbato per noi. Il guardiano della Terra e della fertilità, per me e lo spaventapasseri, e il guardiano della vita del marito, del figlio e della famiglia per me sola. Siamo entrambi destinati a custodire qualcosa, e questo produce immobilità  e l’immobilità porta depressione e letargia. Lo spaventapasseri ed io, siamo pieni di paradossi. A volte amiamo, a volte no, talvolta ridiamo, talvolta no. A volte stiamo solo lì a fissare il vuoto, e una routine mortale avvolge ogni nostro momento. Altre volte pensiamo a litigare, con noi stessi, con un altro o con altri, con le tradizioni che ci incatenano, con le abitudini femminili, con tutte le comodità che ci circondano. Ma ora, non stiamo solo pensando, perché siamo stati chiamati alle armi, siamo stati chiamati a muoverci, ad agire, ad andare… nonostante tutte queste catene che ci bloccano.

 

The Crossing (L’attraversamento)

(6’10 – 2017)
di Moufida Fedhila (Tunisia / Francia)
website

In Ettadhamen City (Tunisia) Moufida Fedhila riprende i bambini tramite una performance minimalista ed espressiva. Leggono, tagliano, avvolgono e danno forma ai quotidiani ed infiniti giornali che suscitano una raffica di informazioni e storie. Tra le notizie del mondo e il gioco, l’evasione è totale, l’orizzonte è infinito e il sogno prevale. Come un Piccolo Principe da un pianeta all’altro, ogni bambino farà il proprio attraversamento reinventando le difficoltà della vita quotidiana dei loro quartieri.

 

Corrida urbaine (Corrida urbana)

(3’15 – 2008)
di Marc Mercier (Francia)

In una strada di Ramallah, un vigile urbano danza tra tori di metallo.

 

Chic point (Fashion for israeli checkpoints)

(7′ – 2003)
di Sharif Waked (Palestine)
website

Chic Point è un video di sette minuti che pondera, immagina e si interroga sulla “moda per i posti di controllo israeliani”. Sviluppato sullo sfondo di un forte battito ritmico, uomini modellano un disegno dopo l’altro in un’esplorazione di forme e contenuti. Cerniere lampo, reti intrecciate, rivestimenti e bottoni servono il tema comune della carne esposta. Parti di corpo – schiena, petto, addome – spuntano da buchi, aperture, spaccature intrecciate in seta fatta a mano e magliette di cotone, vestaglie e camicie. Materiali grezzi e abiti standard vengono trasformati in pezzi che seguono le normative della moda mentre vengono messe in questione. Le immagini e i suoni della veloce passerella rallentano mentre si avvicinano alla conclusione e lo spettatore viene trasportato sulla sponda occidentale e a Gaza. Una serie di immagini che vanno dagli anni 2000 al 2003 mostrano gli uomini palestinesi che attraversano un posto di controllo israeliano, terribilmente violento ma estremamente comune. Un uomo dopo l’altro si toglie la camicia, la vestaglia, la giacca. Alcuni uomini inginocchiati senza maglietta, altri nudi. Con pistole puntate sulla carne esposta. Uomini a Jenin, Ramallah, Betlemme, Kalandiya, Gerusalemme, Hebron, Nablus e la città di Gaza discutono con l’apparato di sicurezza dello stato d’Israele. Chic Point fa diventare queste due ambientazioni una riflessione sulla politica, sul potere, sull’estetica, sul corpo, sull’umiliazione, sulla sorveglianza, e si dimostra contrario alla nudità forzata. Il mondo dell’alta moda dialoga con la cruda realtà della chiusura imposta (dei posti di blocco). I corpi dei palestinesi, oggi visti come un’arma pericolosa dallo Stato di Israele, vengono posti davanti agli occhi dello spettatore come carne nuda. Chic Point mette a nudo le politiche dello sguardo e allo stesso tempo documenta le migliaia di situazioni nelle quali i palestinesi sono quotidianamente costretti a spogliarsi durante interrogatori e umiliazioni, come provano a sopravvivere all’intricata rete di posti di controllo israeliano in continuo aumento.