30° Istants Video. Nos désirs font désordre
30° Istants Video. Nos désirs font désordre

Per non spegnere il conflitto

In questo terzo numero di Sciami/Ricerche ci sono delle presenze, delle voci e dei pensieri che vanno d’accordo, che potrebbero formare un coro, anche se per caso si sono radunati assieme e non tanto per caso è accaduto di proporre le loro voci.

Ciascuna di esse intona un motivo, dispiega un’azione che è di opposizione e scontro nei confronti di una cultura e di un’arte priva del suo contenuto storico, vitale ed umano, nel senso che non si pone la domanda del luogo e del tempo, che non scava nel presente e che non lo mette a rischio.

Sono voci disposte a stanare il nemico e ad affrontarlo: Judith Malina rivendica – al posto della tecnica – la verità come metodo di lavoro per quanti vivono di teatro, individuando nel grido la manifestazione e la comprensione della sofferenza umana e nell’Accordo – fatto di tensioni che esplodono -,  un ascoltarsi che è un respirare insieme. Al grido di Judith Malina fa eco Guy Rosolato  che ritrova nel grido «l’eccitazione della materia vivente, nel dolore o nel piacere, […]» (Guy Rosolato, ivi).

La riflessione sul tempo che si basa su un campione di spettacoli selezionati in Europa negli ultimi cinque anni, avviata da Riccardo Fazi, ci induce a interrogarci su ciò che continua a parlare al presente, su come ciò che viene dal passato viva al presente, racconti del mio presente. «Quali sono le possibilità di interpretazione e riappropriazione del passato – si chiede Riccardo Fazi – e quali modalità utopistiche di relazione con il futuro passano per una riflessione (e un’azione conseguente) sul Tempo presente? Che responsabilità si assumono gli artisti nell’affrontare la questione del tempo, quali identità tracciano e quali utopie di pensiero e di pratiche offrono allo sguardo e al pensiero di uno spettatore che si immagina e si vuole sempre più parte di una comunità sognata, immaginata, desiderata?» (Riccardo Fazi, ivi).

Il testo di Mariangela Gualtieri pensa l’attore tracciando una linea che sprofonda verso il basso, l’animale, il subumano e si eleva verso il sovraumano e il divino, in un movimento che è privo di polarità oppositive, se non l’estraneità alla dimensione quotidiana. E infatti negli spettacoli del teatro Valdoca le dramatis personae sono trasfigurate da maschere che funzionano come un “oggetto transizionale per un rito di passaggio”, verso un luogo estraneo alla società costituita, uno spazio separato in cui scoprire la propria voce e il proprio volto. Affermazione di differenza (è il mio volto) e cancellazione dell’individualità, necessarie per accedere alla comunicazione con la divinità. «La scena è sempre un quadrilatero dell’orrore e del meraviglioso in cui i fatti, la cronaca, il sociale aleggiano nella loro faccia archetipica e misteriosa, antica e sempre in una presente rinascita» (Mariangela Gualtieri, ivi).

L’azione efficace di Marc Mercier consiste nell’irradiare festival di video arte nei paesi del Mediterraneo dichiarando “lo Stato di Urgenza Poetica!” La ragione di esistere di questi festival,  oggi –  sostiene – è quella di creare dei focolai di resistenza ai segni visivi. «Creare spazi-tempo dove donne e uomini si ritrovino per affinare lo sguardo, dedicare del tempo a contemplare immagini e a pensarle collettivamente.» È l’opposto di quello che invece viene foraggiato da istituzioni pubbliche e private che esaltano la cultura digitale, un melting pot in cui «[p]oco importa la qualità artistica delle opere, basta che siano interattive, immersive o altro. E diano un’immagine positiva, attraente e divertente alla nuova economia digitale liberale». (Marc Mercier, ivi)

Questi pensieri riverberano un modo di vivere e di operare nell’arte contrario al processo in atto, nei comportamenti e nelle attitudini mentali ed esistenziali, volto a smantellare il conflitto, a renderlo impraticabile ed inoperante. Al contrario, portano a emersione lo scontro, il dissidio, la divergenza.

Prendere in carico gli argomenti dell’avversario, attraverso il dialogo, il confronto, la discussione produce una ferita, una lacerazione che apre all’acquisizione di nuovi contenuti di verità.  Discutere coinvolge un esercizio e un procedimento argomentativo che richiede un procedere logico, dei passaggi obbligati del discorso in grado di verificare una tesi. E non importa tanto che si convinca l’interlocutore: lo scontro verbale-concettuale può anche non produrre sconfitti e vittoriosi.

Ci sta a cuore rinfocolare il conflitto, combattere l’attitudine di un presente che è incapace di praticarlo. Ci sta a cuore sostenere prospettive divergenti per arrivare non tanto a una sintesi dialettica degli opposti, né a uno scioglimento, ma per giungere – forse – a un incorporare, un aprirsi e un fare spazio all’altro.

Non c’è crescita senza trauma scriveva Heiner Müller, il cui ritratto delle rovine d’Europa, accerchiata dalla distruzione del nazismo e dalla spietata disillusione del comunismo, ha prodotto immagini sconvolgenti.

Valentina Valentini

Valentina Valentini

Insegna arti performative e arti elettroniche e digitali, Sapienza, Università di Roma. Ha dedicato vari studi storici e teorici al teatro del Novecento: Nuovo teatro Made in Italy (Bulzoni,2015), Drammaturgie sonore (Bulzoni, 2012), Mondi, corpi, materie.Teatri del secondo Novecento (B. Mondadori, 2007), Dopo il teatro moderno (Politi,1989), Il poema visibile. Le prime messe in scena delle tragedie di Gabriele D’Annunzio (Bulzoni,1993), La tragedia moderna e mediterranea (Angeli, 1991); alle interferenze fra teatro e nuovi media (Teatro in immagine, Bulzoni, 1987) e alle arti elettroniche (Medium senza Medium, Bulzoni 2015; Le pratiche e Le storie del video, Bulzoni, 2003). Pubblica su riviste nazionali e internazionali (Performance Research, PAJ, Biblioteca Teatrale, Close Up, Imago). Ha diretto il Centro Teatro Ateneo, centro di ricerca sullo spettacolo, Sapienza, Università di Roma dal 2011 al 2015.

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