Alex Hay, «Grass Field», 1966
Alex Hay, «Grass Field», 1966

Atlante video-iconografico: Nine Evenigs: Experiment in Art and Technology, 1966

Se oggi ci sembra una consuetudine che gli artisti si facciano promotori di opere ad alto contenuto tecnologico è anche grazie alle visioni e alle utopie di alcune figure fondanti la storia delle Media Art che hanno spianato la strada ad una sinergica collaborazione tra ingegneri ed artisti. Un evento focale in tal senso è stata la mostra Nine Evenings: Theatre and Engineering curata da Billy Klüver, ingegnere della compagnia Bell Telephone Laboratories e dall’artista Robert Rauschenberg nel 1966. L’evento di nove serate, ospitato presso il 69th Regiment Armory di New York, era stato concepito come un esperimento tra quattro danzatori (Deborah Hay, Yvonne Rainer, Lucinda Childs, Steve Paxton), due musicisti (John Cage, David Tudor), quattro artisti visivi (Robert Rauschenberg, Öyvind Fahlström, Alex Hay, Robert Whitman), e oltre trenta ingegneri dei Bell Laboratories di New York.
La mostra è il risultato di tre mesi di ricerca e presenta in forma di esperimento invenzioni e implementazioni di sistemi visivi, sonori e interattivi. Ancora più significativo è che questo incontro tra artisti e ingegneri abbia inaugurato una prassi metodologica duratura che trova fondamento nell’istituzione, l’anno successivo, del Dipartimento di ricerca E.A.T. (Experiments in Art and Technology), un centro di ricerca e sviluppo della Bell Telephone Laboratories, attualmente di proprietà di Nokia1. In questo Atlante videografico presentiamo la documentazioni video di sei delle dieci performance2 allestite presso l’Armory e il documentario E.A.T.: Engineers, the Avant-Garde and a Tennis Court diretto dalla regista Tabitha Denholm e prodotto da Red Bull Music Academy nel 2016.

Variations VII di John Cage

Technological design: Cecil Coker.
Performers: David Tudor; David Behrman; Antony Gnasso; Lowell Cross; John Cage.

La performance di John Cage Variations VII è il frutto della combinazione di differenti segnali sonori catturati da una moltitudine di sorgenti fuori e dentro l’Armory e stratificati in un denso paesaggio sonoro. Cage amplifica i fenomeni sonori già presenti nell’ambiente dell’Armory cui si aggiungono dieci linee telefoniche atte a rilevare i rumori ambientali provenienti da varie località di New York: il ristorante Luchow, il Bronx Zoo, la stazione elettrica Edison, l’ufficio del New York Times e lo studio di Merce Cunningham3. Inoltre, sei microfoni a contatto collocati su tutta l’area di azione amplificano i rumori generati dai performer (David Tudor, David Behrman, Antony Gnasso, Lowell Cross, John Cage) nell’atto di suonare elettrodomestici come uno spremiagrumi o un mixer. Sul finire della performance David Behrman porta degli elettrodi sulla fronte al fine di modulare l’ampiezza delle sue onde cerebrali4. La commistione dei suoni catturati è inoltre spazializzata nell’ambiente mediante dodici altoparlanti. Accanto all’attenzione per gli elementi sonori, cospicua è quella rivolta alla componente luminosa. A livello della caviglia degli ingegneri intenti a gestire le differenti sorgenti sonore, vi sono collocati trenta riflettori accanto a trenta fotocellule che a loro volta generano nuovi suoni al passaggio dei performer. Le ombre prodotte da queste luci sono proiettate su due grandi schermi, magnificando tutte le azioni. Il risultato è un incontro di tensioni luminose e sonore attivate dal movimento dei performer e da quello della vita urbana di New York.

John Cage, «Variations VII» (1966), 15 e 16 Ottobre, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell'ambito della mostra 9 Evenings: Theatre & Engineering, 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
John Cage, «Variations VII» (1966), 15 e 16 Ottobre, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra 9 Evenings: Theatre & Engineering, 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
John Cage, «Variations VII» (1966)
John Cage, «Variations VII» (1966), cit.

Estratto della performance Open Score di Robert Rauschenberg

Technological design: Jim McGee.
Design delle racchette: Bill Kaminski.
Performer: Mimi Kanarek, Frank Stella (tennis players), Simone Forti, Christopher Rauschenberg, Robert Rauschenberg, Christine Williams, a group of 500 people gathered together for the two performances.
Sound mixing: Steve Paxton.
Operatori video: Robert Breer, Les Levine.
Proiezionista: John Giorno.
Lighting design: Jennifer Tipton, Beverly Emmons.

Open Score di Robert Rauschenberg è una partita di tennis tra Mimi Kanarek e Frank Stella. Rauschenberg associa una delle attività più frequentemente ospitate dall’Armory, le partite di tennis, al sistema di improvvisazione della danza, con le sue specifiche regole. Dei microfoni a contatto sono montati sulle racchette in modo da coglierne i riverberi che a loro volta attivano un meccanismo automatico atto a spegnere pian piano le trentasei lampadine collocate sul soffitto dell’Armory. Di conseguenza l’illuminazione si attenua con il procedere della partita e ciascun’azione dei performer è legata ad un complesso sistema tecnologico disegnato dall’ingegnere Jim McGee5. Una volta oscurate tutte le lampadine, la partita procede nel buio più totale, mentre delle telecamere a infrarossi riprendono i volti di cinquecento comparse sul palco, proiettati in tempo reale su due schermi. Open Score, come suggerisce il titolo, è un sistema aperto il cui risultato è regolato dalle regole proprie del tennis. L’andamento imprevedibile a priori della partita orchestra la materia luminosa e sonora della performance, ma la partita non arriva a compimento se non quando ogni fonte luminosa non sia stata oscurata.

Mimi Kanarek, Frank Stella nella peformance «Open Score» (1966) di Robert Rauschenberg, 14 e 23 Ottobre, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell'ambito della mostra 9 Evenings: Theatre & Engineering, 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
Mimi Kanarek, Frank Stella nella peformance «Open Score» (1966) di Robert Rauschenberg, 14 e 23 Ottobre, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra 9 Evenings: Theatre & Engineering, 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
Robert Rauschenberg, «Open score», 1966
Racchetta da tennis con componenti elettronici, disegnata dagli ingegneri Bill Kaminsky e Jim McGee per «Open Score» (1966) di Robert Rauschenberg.
Foto di Éric Legendre. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.

Estratto della performance Solo di Deborah Hay

Coreografie: Deborah Hay.
Technological design: Larry Heilos.
Performer: Lucinda Childs; William Davis; Suzanne de Maria; Lette Eisenhauer; Walter Gelb; Alex Hay; Deborah Hay; Margaret Hecht; Ed Iverson; Julie Judd; Olga Klüver; Vernon Lobb; Steve Paxton; Joe Schlichter; Carol Summers.
Controllo remoto dei carrelli: James Tenney (guide); Franny Breer; Jim Hardy; Michael Kirby; Larry Leitch; Fujiko Nakaya; Robert Rauschenberg; Robert Schuler; Marjorie Strider.
Controllo centrale: Larry Helios, Witt Wittnebert.

Solo di Deborah Hay è una coreografia minimale eseguita da sedici performer e otto pedane mobili comandate in remoto. La performance riflette l’ampio spettro del suo lavoro: l’indagine sul tempo, determinato dall’accostamento di gesti quotidiani e manipolazioni di oggetti, la neutralità del performer in antitesi all’enfasi posta sull’espressività psicologica dalla modern dance, la creazione di strutture coreografiche aleatorie. La scena è separata dalla platea tramite un divisore trasparente in Mylar. Ogni performer percorre lo spazio in maniera libera così come le pedane. La partitura coreografica si costituisce di sequenze gestuali semplici, eseguite ora in coppia ora in assolo, che prevedono il camminare come leitmotiv principale. In alcuni momenti, le traiettorie segnate dai percorsi di performer e pedane si incontrano cristallizzandosi in figure plastiche. Ad accompagnare in alcuni momenti la performance è la musica di Toshi Ichianagi eseguita da David Tudor. L’illuminazione si abbassa gradualmente con il procedere della performance sino a raggiungere un completo buio.

Lucinda Childs, «Vehicle» (1966)
Lucinda Childs, «Vehicle» (1966), 16 e 23 Ottobre, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra 9 Evenings: Theatre & Engineering, 13-23, 1966.
Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
Lucinda Childs, «Vehicle» (1966)
Lucinda Childs, «Vehicle» (1966), cit.

Estratto della performance Bandoneon! (a combine) di David Tudor

Technological design: Fred Waldhauer.
Performer: David Tudor.
Design del “Vochrome”: Bob Kieronski.
Design del “Proportional Control System”: Fred Waldhauer.
Design del “TV Oscillator”: Lowell Cross.
Controllo remoto dei dispositivi: David Behrman; Per Biorn; Anthony Gnazzo; Billy Kluver; James Tenney.
Lighting design: Jennifer Tipton, Beverly Emmons.

Bandoneon! (a combine), di David Tudor mette in relazione uno strumento tradizionale (il bandoneon) ad un circuito di componenti tecnologici (modulatori di frequenza, amplificatori, oscilloscopi). Inizialmente impercettibili, i toni del bandoneon sono stati convertiti in segnali elettronici e tradotti in suoni o immagini. David Tudor adopera due dispositivi, il Vochrome sviluppato dall’ingegnere Bob Kieronski e un TV Oscillator sviluppato dall’artista e ingegnere Lowell Cross, per combinare il suono di uno strumento tradizionale (il bandoneon) ad un circuito di componenti tecnologici in un complesso esperimento plastico-sonoro. I soffietti del bandoneon suonato da Tudor sono dotati di microfoni a contatto che convertono gli impercettibili toni dello strumento in segnali elettronici trasmessi al Vochrome e al TV Oscillator e ridistribuiti attraverso otto proiettori luminosi e dodici altoparlanti. Il Vochrome è un dispositivo di analisi dello spettro elettromeccanico su cui stava lavorando l’ingegnere Bob Kieronski6. Le richieste dell’artista David Tudor consentono all’ingegnere di implementare le funzioni del dispositivo nella direzione di gestire i suoni emessi dal bandoneon e al contempo controllare anche le luci.
Il TV Oscillator è un sistema che combina un televisore a un proiettore nella sintesi di immagini astratte in risposta al suono. Lo strumento era stato messo a punto da Lowell Cross nel 1965 in occasione della realizzazione dell’installazione Video II7. Nell’installazione una traccia audio fungeva da input per la generazione di immagini astratte. In occasione di Nine Evenings del 1966, Lowell Cross utilizza il TV Oscillator, aggiungendo la possibilità di interagire con l’esecuzione di uno strumento dal vivo per creare immagini televisive a colori e in bianco e nero. Il suono è inoltre spazializzato da carrelli telecomandati, dotati di piccoli altoparlanti e oggetti metallici che vibrano in base all’intensità dei suoni emessi.

David Tudor, «Bandoneon! (a combine)», 14 e 18 Ottobre 1966, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra «9 Evenings: Theatre & Engineering», 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
David Tudor, «Bandoneon! (a combine)», 14 e 18 Ottobre 1966, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra «9 Evenings: Theatre & Engineering», 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
David Tudor, «Bandoneon! (a combine)», 14 e 18 Ottobre 1966, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra «9 Evenings: Theatre & Engineering», 13-23, 1966. Immagine estratta dal film sulla mostra in 16 mm diretto da Alfons Schilling. Fondo Daniel Langlois Foundation, 9 Evenings: Theatre & Engineering. Per gentile concessione di Experiments in Art and Technology, e Daniel Langlois Foundation.
David Tudor, «Bandoneon! (a combine)», 14 e 18 Ottobre 1966, 69th Regiment Armory, New York, NY, nell’ambito della mostra «9 Evenings: Theatre & Engineering», 13-23, 1966. Cit.

E.A.T.: Engineers, the Avant-Garde and a Tennis Court

regia di Tabitha Denholm, 15’, 2016.

Il Documentario fa parte della serie “Note” prodotta dalla Red Bull Music Academy8. L’opera della regista Tabitha Denholm accosta immagini di repertorio a interviste ad alcuni dei protagonisti della mostra e studiosi, nell’intento di esaltarne l’impatto nel mondo dell’arte contemporanea.

  1. Cfr. la sezione dedicata sul sito di Nokia: www.bell-labs.com/programs/experiments-art-and-technology
  2. Il programma della mostra completo proponeva: John Cage: Variations VII, 41’; Öyvind Fahlström: Kisses Sweeter Than Wine, 71’; Lucinda Childs: Vehicle, 38’; Deborah Hay: Solo, 45’; Alex Hay: Grass Field, 40’; Yvonne Rainer: Carriage Discreteness, 40’; Robert Rauschenberg: Open Score, 32’; David Tudor: Bandoneon! (a combine), 41’; Robert Whitman: Two Holes of Water-3 durata variabile; Steve Paxton: Physical Things, 45’. La documentazione relativa alla mostra è depositata presso il Getty Research Institute (Los Angeles, California, U.S.) e presso l’archivio della Daniel Langlois Foundation dal 2001 disponibile online al sito: www.fondation-langlois.org
  3. Cfr. Questi dettagli sono appresi dagli intenti dichiarati da John Cage nel programma dell’evento. Cfr. P. Hultén, F. Königsberg (eds.), 9 Evenings: Theatre and Engineering, Experiments in Art and Technology: The Foundation for Contemporary Performance Arts, New York 1966, p. 2.
  4. Ibidem.
  5. Ivi, p. 10.
  6. Per maggiori approfondimenti su i dettagli tecnici cfr. l’archivio della Langlois Fondation: www.fondation-langlois.org/html/e/page.php?NumPage=599
  7. Per maggiori approfondimenti cfr. il sito dell’artista: www.lowellcross.com/articles/statement
  8. L’intera serie è consultabile al link www.redbull.com/int-en/tv/show/AP-1N292U8B52111/the-note
Dalila D'Amico

Dalila D'Amico

Flavia Dalila D'Amico ha ottenuto il titolo di Dottore di Ricerca in Musica e Spettacolo presso l’Università di Roma, La Sapienza con una tesi dal titolo: “Le aporie del corpo eccentrico: Per una riconfigurazione del soggetto in scena”. E' stata assegnista presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell'Università di Padova con una ricerca dal titolo: “Luce e Suono in scena tra patrimonio e innovazione” I suoi studi sono stati pubblicati in differenti riviste come «Arabeschi», «RFS. Rivista di studi di fotografia», «Danza e Ricerca, «Performance Matters», «Elephant & Castle», « Fata Morgana», «Quaderni di donne e ricerca», «Sciami». Dal 2010 fa parte del collettivo artistico Vjit insieme a Francesco Iezzi e Maria Costanza Barberio. Vjit è un progetto interdisciplinare con base a Roma, il cui ambito di sperimentazione ruota attorno all'interazione tra suono, immagine e azione.

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