Alicia Martin, «Singularidad»,2012. Città della cultura galiziana, Santiago de Compostela. Vista interna dell'istallazione.
Alicia Martin, «Singularidad»,2012. Città della cultura galiziana, Santiago de Compostela. Vista interna dell'istallazione.

Il presente del futuro

Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto, […] una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza.
Franco Scaldati

Esaminiamo uno dei temi che attraversa i sette testi pubblicati in questo numero di Sciami|Ricerche, precisando che non abbiamo proposto un argomento su cui far convergere i contributi: questo filo rosso scaturisce piuttosto da una lettura orientata, o meglio da unurgenza. Si tratta della questione del tempo, dell’esperienza del passato, del modo in cui viene riattivata nel presente, della memoria che tende a prendere il posto della storia.

Sull’impossibilità di lasciar traccia, di registrare “la non scrivibilità dei miei testi”, verte uno dei temi toccati nella conversazione con Chiara Lagani (attrice-drammaturga dei Fanny&Alexander). Il dispositivo costruttivo dell’etero direzione – in atto in molti spettacoli di questo gruppo – accentua la dimensione live del testo che si scrive direttamente in scena. Qui l’attore riceve le indicazioni sia delle azioni che dei gesti e dei discorsi attraverso la voce di persone fuori scena o tramite un piccolo monitor che dispiega partiture preregistrate. Questa qualità del testo che si compone in diretta, con tutte le imprevedibilità di una relazione che si rinnova sera per sera, corrisponde alla dimensione di evento dello spettacolo difficilmente archiviabile. Fattore che, esaltato da alcuni e messo fra parentesi da altri, apre ad una serie di considerazioni sulla permanenza del presente.

Cancellazione, impermanenza, procedure di conservazione, storicità delle opere, archivio “quale complesso dispositivo di costruzione della memoria nel presente” , sono i temi che attraversano il saggio di Cosetta Saba sulla videoarte a partire dal caso studio Art/tapes 22 di Firenze, una collezione di opere video prodotte nei primi anni Settanta che rende possibile tracciare una storia di questo fenomeno. L’ignoranza della storia e delle pratiche del video equivale a cancellare la sua stessa identità: unomissione che impoverisce il mondo dell’arte audiovisuale, favorendo legemonizzazione dei media più forti e potenti e le conseguenti strategie di omologazione, a discapito della molteplicità delle forme espressive.

Il saggio di Riccardo Fazi, Un altro ordine del tempo (seconda parte), offre ulteriori riverberi sul tema del tempo, proseguendo l’indagine (la prima parte in Sciami|Ricerche n. 3) su come venga declinata/vissuta/incorporata la dimensione temporale nel territorio del teatro e della performance art. Analizzando diverse opere (Okada, Koohestani, Zeides, Milo Rau) l’autore desume come nel teatro contemporaneo il tempo passato acquisti consistenza ed effettualità solo qualora venga rivissuto/reenacted nel presente, filtrato dalla memoria del soggetto in grado di riportarlo a una dimensione esperienziale ed emozionale.

Ci sembra dunque che il binomio immediatezza/ipermediazione, conoscenza incarnata/ memoria digitalizzata sia diventato la questione fondante nell’estetica contemporanea. L’enfasi e il ruolo che ha assunto l’archivio come categoria concettuale e come pratica è in funzione della riattivazione dell’evento passato attraverso una operazione di digitalizzazione e ricombinazione di documenti in cui l’immediatezza e la simultaneità rafforzano la dimensione di un presente performativo, come hanno rilevato numerosi studiosi, da Focault a Derrida, da Jameson a Agamben.

Ed ecco la nostra domanda e preoccupazione: tale “presente performativo”, in cui rivive il passato fuori da una distanza storica, è in grado di restituire la complessità del reale, strutturare la nostra identità individuale e collettiva e “iniziare a tracciare degli spazi di utopia”? È questa l’urgenza che inquieta e attraversa non solo gli autori dei testi ma anche noi come lettori: cosa sopravvive della distanza storica, della declinazione di differenti temporalità, del futuro semplice, del futuro anteriore, del passato prossimo e del passato remoto, se si riesce a coniugare solo il tempo presente?  Quale indicazione ricaviamo da esperienze come Nine Evenings: Theatre and Engineering (1965)1, ricostruita da Dalila D’amico che testimonia oltre che di uno scambio proficuo fra artisti e tecnologie di una trasmissione di saperi, competenze, esperienze, tecniche, metodologie emigrate dalla scuola del Bauhaus (dopo la sua chiusura a opera del nazismo nel 1933) al Black Mountain College, fondato nel North Carolina, istituzione da cui sono germinate figure e opere significative dell’avanguardia artistica degli anni ‘50/’60? Il contrario di quanto, secondo Anatolij Vasil’ev, si è verificato con la nuova generazione di attori e registi russi – artefici di un rinascimento del teatro – per i quali, osserva il maestro, l’eredità del passato – quella dei registi- pedagoghi della generazione di Vasil’ev- viene felicemente ignorata.

Dagli interventi convocati in questo numero di Sciami|Ricerche ci sembra che il rapporto con il passato assuma vari aspetti: trasmissione dinamica, cancellazione (il presente non sente più il proprio passato come vivo), riattivazione immanente (la ricerca del genius loci attraverso il viaggio che Richard De Marco aveva proposto a trentatré artisti, raccontato da Marilena Borriello); tracce di natura evenemenziale, oltre che incorporata, nell’attuale esperienza del soggetto. Se è vero che il luogo in cui il passato può vivere è il presente, che ne è dell’enunciato al futuro di Franco Scaldati che abbiamo posto in esergo a guisa di viatico: “Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più”?

Per noi indica e sostiene l’immanenza, l’impermanenza, il “divenire minore”, il presente dell’utopia.

  1. Il progetto ha coinvolto ingegneri dei Bell Laboratories (in New Jersey, USA) e artisti di varie discipline come Deborah Hay, Yvonne Rainer, Lucinda Childs, Steve Paxton, John Cage, David Tudor, Robert Rauschenberg, Öyvind Fahlström, Alex Hay, Robert Whitman.
Valentina Valentini

Valentina Valentini

Insegna arti performative e arti elettroniche e digitali, Sapienza, Università di Roma. Ha dedicato vari studi storici e teorici al teatro del Novecento: Nuovo teatro Made in Italy (Bulzoni,2015), Drammaturgie sonore (Bulzoni, 2012), Mondi, corpi, materie.Teatri del secondo Novecento (B. Mondadori, 2007), Dopo il teatro moderno (Politi,1989), Il poema visibile. Le prime messe in scena delle tragedie di Gabriele D’Annunzio (Bulzoni,1993), La tragedia moderna e mediterranea (Angeli, 1991); alle interferenze fra teatro e nuovi media (Teatro in immagine, Bulzoni, 1987) e alle arti elettroniche (Medium senza Medium, Bulzoni 2015; Le pratiche e Le storie del video, Bulzoni, 2003). Pubblica su riviste nazionali e internazionali (Performance Research, PAJ, Biblioteca Teatrale, Close Up, Imago). Ha diretto il Centro Teatro Ateneo, centro di ricerca sullo spettacolo, Sapienza, Università di Roma dal 2011 al 2015.

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